La funzione come prodotto della cultura del design

Mi imbatto per caso in un articolo online che affronta un’annosa questione: la differenza tra arte e design. L’autore fornisce due definizioni contrapposte:

Artista: qualcuno che esprime se stesso e basta. Non importa (o non dovrebbe importare) che ci sia chi lo ascolta o guarda quel che fa. L’artista deve tirar fuori da se stesso qualcosa e offrirlo al mondo, ne ha l’urgenza.

Designer: colui che pensa e disegna e, si spera, poi produce uno o più oggetti. Oggetto che deve sottostare ad almeno due condizioni:

  • Deve avere una funzione (a cosa serve?)
  • Deve essere venduto e deve permettere al designer e a chi lo produce (che non sempre sono la stessa persona) di farci dei soldi.

Non varrebbe la pena di evidenziare i diversi pregiudizi che si celano dietro a queste definizioni o elencare le numerose eccezioni che le inficiano ma, en passant, lo faccio comunque. Ci sono molti artisti che, invece di “esprimere se stessi e basta”, si sono fatti portavoce, attraverso la propria opera, di particolari minoranze. Altri hanno evidenziato le contraddizioni di alcune dinamiche di tipo sociale, tecnico o culturale, utilizzando il contesto artistico come medium in grado di mantenere un livello di ambiguità utile quando si affrontano questioni senza una soluzione univoca. Se si è inclini al romanticismo, si può anche tirar fuori l’idea secondo cui l’opera artistica è uno specchio dello zeitgeist, dunque un’espressione della cultura nella sua totalità in un dato momento storico.

Passando al design, vi sono intere correnti basate sul progetto di prototipi il cui scopo non è quello di essere prodotti, bensì di abbozzare possibili scenari che forniscono uno strumento di riflessione. Un po’ come accade per la fantascienza. Tuttavia, l’aspetto più grave è che tali definizioni producono indirettamente nei designer una posa sufficiente e a volte addirittura arrogante. Un atteggiamento che ho avuto modo di constatare spesso. Quando un progetto si colloca appena fuori dagli schemi – ad esempio non è fatto per essere venduto o comprato – viene definito “artistico”. Incluso in un ambito che viene considerato autoreferenziale e in fondo inutile.

In verità, tutto questo prologo mi serve per concentrarmi sul concetto di funzione. Relativamente a un’opera d’arte, la risposta alla domanda “a che cosa serve?” – domanda appropriata, a mio parere – è il suo senso, che non si esaurisce attraverso una spiegazione testuale, ma attraverso la rete di relazioni che sviluppa, le reazioni che provoca, il mutamento di prospettiva che produce. L’opera artistica ha dunque funzioni molteplici, il più delle volte non immediatamente intellegibili.

Allora cos’è la funzione secondo l’autore del testo e molti progettisti? Un sottoinsieme minimo del senso, una nozione utilitaristica che riduce il mondo a semplici rapporti di causa – effetto, problema – soluzione. La funzione, così intesa, non è un concetto a priori, bensì un prodotto della cultura del design. Essa serve a nascondere, ridurre e giudicare.

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