Oldies | MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, part 2

Pubblicato in origine su Weme il 3 luglio 2010.

Al dettagliato post precedente aggiungo alcune impressioni relative soprattutto alla struttura del museo e ad alcune opere in particolare.

Dalla hall del MAXXI si possono seguire con lo sguardo i diversi percorsi che si intrecciano e stratificano. Da qui il resto dell’edificio sembra progettato per veicolare flussi che si muovono senza sosta, assumendo la conformazione di un sistema vascolare. La discutibile campagna di apertura sembra confermarlo.

Di fianco al bar, posizione credo non casuale, sono affisse numerose copie del piracy manifesto di Miltos Manetas, il cui progetto grafico è del ben noto Experimental Jetset. Sono diversi i progetti di Manetas degni d’interesse: dalle rappresentazioni pittoriche del mondo digitale fino al gruppo Neen.

Della temporanea Mesopotamian Dramaturgies di Kutlug Ataman, che riflette sull’identità nazionale turca divisa tra Oriente e Occidente, copio integralmente il testo descrittivo riferito all’opera del 2009 The Complete Works of William Shakespeare:
“L’opera omnia di William Shakespeare è stata copiata a mano sulla pellicola 35mm e poi proiettata. Lo scorrere veloce della calligrafia sullo schermo rende incomprensibili i testi, riducendoli a pura immagine. L’ opera rimanda all’uso decorativo della scrittura come sostituto della figurazione proprio della cultura islamica. Il video rivela, così, la perdita di senso del testo nel passaggio dal linguaggio scritto a quello dell’immagine.”

Passando dunque a l’Immortale, la densa retrospettiva del lavoro di Gino De Dominicis, si avverte la riflessione costante su alcuni dualismi: ad esempio quella tra il visibile e l’invisibile, come con Statua del 1979, una scultura invisibile che ci appare solo grazie alla visibilità dei suoi accessori. L’indagine di De Dominicis mette spesso in gioco il rapporto tra parola e immagine, in molti casi i titoli delle opere diventano soluzione o causa dell’enigma, espediente dichiarativo o vera e propria sfida allo spettatore. Come in Sono sicuro che voi siete (e sempre sarete) o all’interno o all’esterno di questo triangolo del 1970. Infine anche la sfida alla mortalità, tema che dà il nome alla mostra, si realizza per opposizione. È proprio il Necrologio (1969), l’annuncio della propria morte terrena, ciò che permette l’accesso all’immortalità. Tra le altre numerose opere mi soffermo sull’Ovale perfetto eseguito a mano libera del 1973, perché mi ha istantaneamente ricordato un lavoro di Daniel Eatock. Si tratta degli Hand Drawn Circles del 2003: una serie di 500 disegni di cerchi a mano libera; tra questi uno ne è stato scelto, incorniciato ed infine esposto accanto agli altri 499 tentativi.

Della mostra Spazio, ben descritta nel precedente post, riporto in particolare il lavoro di altri due docenti Clasav (oltre alla già citata Marjetica Potrc). Inclusa nella categoria “La scena e l’immaginario”, la videoinstallazione Democrazy di Francesco Vezzoli ci mostra due fasulli candidati alla presidenza degli Stati Uniti d’America (da una parte Sharon Stone e dall’altra il filosofo Bernard-Henry Lèvy). I due spot elettorali fanno emergere con dirompente evidenza il filtro mediatico che si sovrappone alla realtà distorcendola o addirittura ricreandola. Un terzo pezzo compone l’opera: una bandiera degli Stati Uniti D’America presumibilmente ricamata a mano dallo stesso Vezzoli. A questo link un video in bassa qualità dei due spot.

Più sommessa risulta invece l’opera di Cesare Pietroiusti, installazione collocata discretamente sopra la porta di accesso alla scala di servizio. Quello che trovo, quello che penso è l’audio registrazione delle dettagliate impressioni relative all’ambiente in cui l’artista si è volontariamente isolato durante i due giorni di inaugurazione della mostra. Non molto distante si trova l’Infinite Cell di Alfredo Jaar, mise en abyme che evoca il periodo di prigionia di Antonio Gramsci.