Immagini sintetiche e inutili invettive

Medial Disorders II, Article, Publication, 2026

Articolo apparso in Medial Disorders Vol. II, a cura di Christian Nirvana Damato.

17/06/25. Per Thomas Mann, «scrittore è colui a cui scrivere riesce più difficile che a tutte le altre persone.» E dato che meno si scrive, meno si rischia di sbagliare, nell’epoca della credibilità testuale preconfezionata la parola vera è quella breve, e va dunque ricercata nell’aforisma, nell’appunto, nel motto di spirito.

10/06/25. Nel 1860, Delphine de Girardin accoglieva così l’avvento della fotografia: «oggigiorno si presta molta attenzione all’invenzione del signor Daguerre, e non vi è nulla di più comico delle seriose elucubrazioni che ne fanno i nostri studiosi da salotto.» Le tecnologie cambiano, gli studiosi no.

12/10/23. Le immagini generate con l’ausilio dell’intelligenza artificiale sono doppiamente retrospettive. In primo luogo, lo sono in senso tecnico, in quanto estrapolate da un dataset preesistente. In certa misura ciò vale per qualsiasi immagine, essendo la realtà la banca dati ultima, tuttavia i dataset sono marcati da una soglia precisa: i record che contengono, ad esempio, possono fermarsi al 2021. In secondo luogo, queste immagini sintetiche sono retrospettive in senso culturale: osservandole si ha già il presentimento che la moda del giorno risulterà obsoleta dopo il weekend. Da ciò derivano tutti i tentativi di commentare, spiegare, associare, serializzare, catalogare, musealizzare… insomma giustificare tali immagini. Tramite una canonizzazione fai-da-te si cerca di salvarle dall’abisso imminente.

07/10/23. Jean Baudrillard a proposito di Midjourney (1994): «L’arte diventa iconoclastica. L’iconoclastia moderna non consiste più nel distruggere le immagini, ma nel fabbricare immagini, una profusione di immagini in cui non c’è niente da vedere. Sono, letteralmente, immagini che non lasciano traccia. Prive di conseguenze estetiche, per essere esatti. Ma, dietro ognuna di esse, qualcosa è scomparso. Questo è il loro segreto, se mai ne hanno uno, e questo è il segreto della simulazione. Non solo all’orizzonte della simulazione il mondo reale è scomparso, ma il problema stesso della sua esistenza non ha più senso.»

11/10/23. Per liquidare l’ingenuo affidamento sulla Morte dell’autore è sufficiente precisare che quel saggio fu firmato nel 1967 con nome e cognome.

05/01/24. Lavorare con Midjourney è come incappare in un barista di Starbucks un po’ troppo intraprendente. «Vorrei un caffè.» E ti porta un Caramel Macchiato. «Ma io non volevo il caramello.» Ritorna allora con un Espresso Macchiato. «Sono intollerante al lattosio.» Un po’ spazientito, ti serve un Caffè Americano. «Ma qui c’è troppo caffè.» Ormai visibilmente irritato, decide per uno Sugar Cookie Almondmilk Latte. «Ma chi te l’ha chiesto?!» «Fanno 14 dollari e 99 centesimi,» e sul bicchiere ti scrive il nome storpiato.

20/03/24. L’attività che più si avvicina alla generazione di immagini sintetiche non è la pittura, né la fotografia e nemmeno il fotoritocco, bensì la ricerca di immagini di Google. Non a caso sono pratiche simili: entrambe prevedono l’inserimento di una stringa di testo e qualche parametro. Inoltre un’attività sfocia nell’altra: cos’è l’atto generativo se non un’immensa image search probabilistica? E viceversa: è ormai difficile fare una ricerca immagini senza imbattersi in una buona dose di ciarpame sintetico.

08/03/25. Il Ctrl+Z mentale rappresenta il punto di non ritorno nell’adozione di una tecnologia. A chi non è mai capitato di fare istintivamente undo dopo aver scritto una parola sbagliata su un foglio di carta? Ci si accorge allora che quella funzione non è disponibile, e si prova un senso di frustrazione e smarrimento, un po’ come in un déjà vu. L’intelligenza artificiale ha oltrepassato da tempo tale soglia.

07/09/23. Tra gli effetti dell’uso corrente delle intelligenze artificiali generative ce n’è uno che si può riassumere così: l’inversione del rapporto figura-didascalia. Questo inedito rovescio dell’ecfrasi fa sì che nel momento in cui si pubblica un’opera (ed è qui che si dichiara puntualmente l’utilizzo dello strumento), non è il testo a “spiegare” o “raccontare” l’immagine, bensì è l’immagine generata a fare da supporto – di volta in volta – al prompt utilizzato, all’esperimento sul software, all’aneddoto illuminante o alla tesi generale sui media. Non a caso sono moltissimi gli accademici e gli scrittori che hanno abbracciato l’arte del prompting: il testo è e rimane la loro zona di comfort. L’immagine, invece, svolge un ruolo ancillare. Questo è il motivo per cui le immagini generate con l’IA e pubblicate sui social media hanno sempre un po’ il sapore di segnaposto. Persino quando il testo in questione manca, se ne sente l’assenza: cosa avrà digitato l’“ingegnere dei prompt” (in italiano, il tecnicismo fasullo di questa formula risulta lampante) per intrugliare tale figura?

15/10/23. Sostengono che l’idea di autore è «sovrastruttura borghese», e poi nel loro lavoro, nelle loro idee e nelle loro pose indossano i panni autoriali più consueti e consunti, mentre noi sono anni che adottiamo il punto di vista tattico della produzione diffusa e anonima che foraggia la falsa coscienza di quegli autori che si vergognano di essere tali.

28/03/25. La cosa più irritante dei vari AI-gitprop italiani è il loro deprimente buonsenso. Sono in tutto simili agli strumenti che testano: si esprimono sempre nei termini più giusti e corretti, specialmente quando discettano di Arte – proprio loro! Estetici quanto un caffè gentrificato, tecnici come può esserlo un avvocaticchio di provincia, filosofici di una filosofia astratta e conciliante, sovversivi quanto un brutto rebranding. E proprio come i modelli che ammirano, non sono in grado di distinguere registri e livelli del discorso. Al pari del bot che scambia il muffin per il musetto di un cagnolino, interpretano letteralmente il motto di spirito, sono immuni al paradosso e non colgono il nucleo pulsante delle argomentazioni, strangolando sul nascere le idee interessanti. Parrebbe che gli manchi l’inconscio. Sono STEM nell’anima e dell’anima: nessun retraining potrà redimerli.

14/04/25. «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.» Tuttavia, nell’era dell’intelligenza artificiale, la mano può avere financo sette dita.

13/04/25. Polemiche dell’Ineluttabile Argomento (IA). Tra i pro-IA vige un buon senso che atterrisce («l’opera d’arte è sempre uno sforzo collettivo»). Tra quelli che i pro-IA dipingono come anti-IA brilla, a volte, il lampo di genio («la novità tecnica è come la friggitrice ad aria per gli anziani»). È ovvio, allora, da che parte stare.

25/05/25. Leonardo Sinisgalli nel 1970: «Una macchina intelligente può fabbricare oggetti stupidi. Così spesso l’intelligenza si trova compromessa con l’idiozia.» Anche il titolo del libro da cui la proviene la citazione è profetico: Calcoli e fandonie.

04/01/24. In un suo libro, Riccardo Falcinelli spiega (vado a memoria) che le immagini sono incapaci di rappresentare l’assenza. È impossibile, in altre parole, produrre una figura non convenzionale che sia in grado di dire «l’albero non c’è.» Le intelligenze artificiali generative non fanno altro che estendere questa incapacità: non solo non riescono a indicare l’assenza dell’albero, ma bisogna anche fare i salti mortali per far sì che l’albero che si vorrebbe assente non sia un pino, non sia rigoglioso, non sia dipinto, non sia in primo piano, ecc.

13/05/24. È già trita quella formula che oppone l’intelligenza artificiale alla stupidità naturale. Eppure c’è un breve saggio di Ando Gilardi, dedicato appunto alla stupidità fotografica, che inquadra bene il grande abbaglio di quelli (non tutti, ma quasi) che fanno arte con l’intelligenza artificiale: «La fotografia è più grande di noi e non dipende da noi che in minima parte. È spesso capricciosa, a volte addirittura ci odia. Talvolta ho l’impressione che ci prenda per il sedere. Ma questo non capita proprio agli stupidi, sempre persuasi che sono loro a fare le fotografie.»

29/12/23. Ammesso che esista, l’arte ai tempi dell’intelligenza artificiale non è contenuta in nessuna delle opere lambiccate tramite Midjourney, e che come opere si presentano (quadri, illustrazioni, “serie” con tanto di titoli); la si trova bensì nel noviziato di Discord in cui si susseguono senza requie versioni multiple di immagini mediocri, emoji incorniciate da pulsanti flat, notifiche di bot flemmatici e stringhe di testo che ricordano versi di poesia modernista. Fiume contro pietra, evento contro oggetto, utente contro autore: il divenire è realtà, l’opera è illusione.

20/04/24. Cosa leggere per liberarsi dalle idee preconcette sulle immagini prodotte dall’intelligenza artificiale, e perché proprio i saggi di Franco Vaccari? Lo spiega Roberta Valtorta: «Vaccari intuisce l’enorme potenzialità della macchina fotografica quando essa non venga utilizzata e guidata in modo forzatamente “artistico”, deliberatamente “creativo” (in ultima analisi pittorico), ma – più liberamente – lasciata agire come strumento in grado di produrre registrazioni e memorie autonome rispetto alle intenzioni e capacità dell’operatore, dunque assai potente nel mettere in scacco (uso questo termine pensando a Duchamp) regole, abitudini visive e comportamentali, sia private sia collettive, sia derivate da storie individuali sia da condizionamenti indotti dai media e dai poteri.»

11/04/25. Il miglior esempio di style transfer non è fatto con l’intelligenza artificiale, non è la ghiblizzazione di un banale selfie bensì la resa in stile flat (anche detto Corporate Memphis) di un quadro di Goya. Il Saturno vettoriale che divora suo figlio è più schietto e profondo di qualsiasi output del motore anime di OpenAI perché non è una semplice stilizzazione, ma una riflessione sulla logica della stilizzazione, ovvero sulla sua innovazione concettuale, che per alcuni è violenza o impostura. Il Saturno in toni pastello ci parla di come il mondo corporate infantilizza la realtà, producendo un appiattimento dei segni, dei contesti e dei registri nella generica niceness alla Google/Alphabet. Il punto non è che le immagini sintetiche sono di destra (nonostante sia affatto possibile aggiungere un tocco cute alle foto delle deportazioni), ma piuttosto sono trasversali in maniera totalitaria e totalizzante, universali quanto lo è stato il multiculturalismo, ovvero secondo una parzialissima idea di universo, quindi sia oleografiche che stilizzate, ma sempre entro il mutevole confine parametrico dello stilizzato e dell’oleografico. Produrre un’immagine “in stile di” è dunque un trionfo: il trionfo della vertigine postmoderna, il pastiche elevato al livello sintattico. E non lo dico come accusa: c’è davvero qualcosa di entusiasmante in questa nuova possibilità tecnica. Ma sarebbe ingiusto negare un senso di perdita. In pochi giorni tutto questo è diventato normale, e già ricordiamo a fatica il tempo in cui a quel vaso di girasoli corrispondevano sempre e solo quelle pennellate dense, e non erano, questi piani differenti, due entità separabili, se non attraverso una cesura artificiale… ecco, ragiono già nei termini “paratattici” dello style transfer: le caratteristiche formali e contenutistiche come lista o sommatoria, insomma un nuovo stile arcaico: corpo del guerriero + morte = corpo in orizzontale. Viene allora da chiedersi cosa sia l’ipotassi ai tempi dello style transfer, ovvero quali altre operazioni siano possibili oltre all’addizione – ammesso che lo siano. Parliamo di futuro e rivoluzione, ma siamo finiti chissà come nel tempo del mito.

22/12/23. Questo nuovo trend in cui si chiede a ChatGPT di esagerare all’infinito incarna la produzione di immagini sintetiche in toto: più intricate, più oniriche, più assurde, più improbabili, più weird. E ancora: più fotorealistiche, più virtuosistiche, più hi-res, più pittoresche, più vintage, più macro, più micro. È qui che si intravede il carattere morboso (pornografico, si sarebbe detto un tempo) del prompting, i cui comandi da dominatrix sono solo all’apparenza input, bensì anch’essi output, come dimostra il dialogo con la macchina pubblicato per intero (voyeurismo). A ognuno la sua perversione.

14/12/23. Dato che l’intelligenza artificiale ci batte sulle immagini minuziose e intricate, il prossimo riflesso romantico post-digitale consisterà in un ritorno alla semplicità, all’infantilismo. Rivendicheremo insomma un candore alla Rousseau. Gli strumenti generativi ci promettono di trasformare in capolavori i nostri scarabocchi? Allora faremo di uno scarabocchio un capolavoro. I musei si riforniranno di Art Brut, ci si intenerirà parecchio: il sentimentalismo toccherà vette mai raggiunte prima.

08/12/23. La lotta contro l’intelligenza artificiale è tragica, perché è una lotta già persa in partenza. Quella a favore è invece patetica, perché la vittoria è certa e dunque lotta non è.

03/01/25. Con il video di Turnà, Liberato inventa l’utilizzo perfetto per Sora: fluidissimi spottoni regionali privi di qualsiasi taglio di montaggio – infausta metafora di inconvenienti e contrattempi – fatti per attirare turisti trasognati le cui aspettative saranno prontamente deluse al primo semaforo. In generale, si potrebbero appunto definire ‘turistici’ gli estimatori di immagini sintetiche: il piacere che provano consiste nel passare da un particolare all’altro, così come da un’immagine della serie all’altra, senza lacerazioni o squarci, ovvero senza che un’interruzione possa rompere l’incantesimo della loro antiesperienza. Si tratta forse della stessa magia di quei cartoni animati che puntano tutto su un’armonia olistica tra gli elementi, Fantasia in primis. Costruendo una scena continua e scorrevole, Sora invita a rinunciare al montaggio tra scene: ciò che si guadagna in fluidità lo si perde in asimmetria, sproporzione, ritmo, e dunque al conflitto che genera particelle discrete di significato. Gli output di Sora hanno invece il senso omogeneo e totalizzante delle visioni mistiche o dell’inebetimento, il che è lo stesso. Quello di Sora è un gondryismo serafico e dolce: tutto è sfondo, non vi è figura.

25/01/24. La stranezza è la chimera di chi fa arte con i modelli text-to-image, e vuole che sia considerata tale. L’artista in questione prova a convincersi e convincere che sta scandagliando i limiti del mezzo, quando in verità il mezzo (leggi: chi lo programma e lo foraggia) conosce i suoi polli, e per questo gli preconfeziona appositamente il weird, che non a caso è un parametro di Midjourney, un’opzione, uno stile tra gli altri. L’effetto generale si misura in termini di intensità. Un po’ come è successo con La persistenza della memoria di Dalí, dipinto in origine potentissimo, si comincia prima a provare una crescente indifferenza, fino a quando la reazione non cambia di segno e si tramuta in vero e proprio fastidio. Il quadro appare allora ai nostri occhi come una specie di imitazione senza referente. I servizi TTI (e non solo, basti pensare a Deepdream) portano a un risultato simile: fare del weird un nuovo kitsch.

27/12/24. Piuttosto che AI Art, dovrebbe chiamarsi Paid Subscription Art.

22/04/25. Teoria della responsività culturale. Una pagina web è responsive quando il suo layout si adatta a schermi diversi, ad esempio ridisponendo le sue varie sezioni verticalmente per conformarsi alle proporzioni dello smartphone. In passato, l’approccio responsivo è stato applicato sperimentalmente anche ai contenuti: il titolo di un articolo di giornale poteva così cambiare in base al dispositivo (più lungo su desktop, più corto sul telefono). In un primo momento il laptop rappresentava il dispositivo principale, mentre il telefono svolgeva un ruolo secondario; col tempo, però, i ruoli si sono invertiti, compromettendo la resa sui display di dimensioni maggiori. Oggi, con l’intelligenza artificiale, possiamo estendere l’idea della responsività a veri e propri contesti culturali. Per esempio, è possibile scrivere un testo in uno stile colloquiale, e poi convertirlo automaticamente in stile accademico per rispondere al contesto universitario. Questo potrebbe implicare che, per ragioni concrete di tempo e di impegno, ci ritroveremo a scegliere un output principale e delegare all’IA tutti quelli secondari, accettando che questi ultimi non saranno perfetti. Che sia la volta buona per sbarazzarci di un po’ di retorica, almeno in fase di scrittura?

26/02/25. Muraglie cinesi di testo, migliaia di milioni di parole – dette e scritte – a proposito dell’osceno piano turistico per l’attuale teatro di guerra, la cui clip propagandistica è stata probabilmente pensata, commissionata e realizzata nel giro di un paio d’ore o poco più. Un immane spreco di risorse, e non solo computazionali o ermeneutiche ma soprattutto cognitive, strategiche, morali. Sembrerebbe quasi che lo si brami, l’osceno. E la sciatteria che lo contraddistingue non fa che renderlo più appetitoso.

09/03/25. L’attenzione umana è una risorsa scarsa, mentre la produzione dell’intelligenza artificiale è illimitata. Pertanto, bisogna fare in modo che la seconda non esaurisca la prima.

14/06/25. Cosa fanno le IA? Secondo Salvatore Iaconesi e Oriana Persico, «fanno con i dati quello che noi facciamo con le nuvole: guarda là, è un coniglietto o un uomo con la barba?» Distratti dal giochino, non ci curiamo del temporale imminente, e torniamo a casa zuppi.

02/08/23. Dirò la mia sull’intelligenza artificiale a tempo debito, cioè a cose fatte, ovvero quando la singolarità sarà stata finalmente raggiunta e qualunque cosa io dica a quel punto non sarà meno inutile, anzi del tutto inutile e proprio per questo perfettamente consona, di quanto sarebbe dire la stessa cosa adesso.