La scatola nera del lavoro creativo: Intervista con Ginevra Varotto

Interview, ITA, 2026

 

Per la sua tesi sulla quantificazione degli aspetti invisibili del lavoro creativo, Ginevra Varotto mi ha posto alcune domande a cui mi ha fatto piacere rispondere.

Ginevra Varotto: Guardando indietro al momento in cui hai iniziato a lavorare, cosa ti sarebbe stato utile sapere che allora nessunə ti ha detto?

Silvio Lorusso: Oggi forse questo è diventato un luogo comune, ma mi sarebbe stato utile capire fin da subito che conviene valorizzare esattamente ciò che ci rende marginali, piuttosto che rincorrere le urgenze imposte dal centro.

GV: Se dovessi dare un consiglio a chi consegue una laurea o percorso accademico oggi in un ambito progettuale-creativo come può esserlo il design, arti visive e multimediali…, e si affaccia per la prima volta al mercato del lavoro, cosa diresti, al di là di «segui la tua passione»?

SL: L’unico consiglio che mi sento di dare è quello di diffidare dei consigli offerti dai veterani, poiché tendono a riferirsi a un contesto ormai mutato e possono risultare addirittura controproducenti nel presente. È ciò che Pierre Bourdieu chiama isteresi.

GV: Nel tuo saggio critico Entreprecariat, hai affermato l’assenza di una figura capace di raccontare la fase «post-precaria». A distanza di qualche anno, cosa pensi l’abbia sostituita, se effettivamente è successo, nell’immaginario di chi lavora oggi in questo campo?

SL: Affronto proprio questa questione nella nuova edizione del libro, appena pubblicata in inglese e presto disponibile anche in italiano, facendo riferimento al cosiddetto fuffaguru: «Il fuffaguru è una figura affine a quelle della commedia dell’arte, una versione contemporanea di Arlecchino o Balanzone. Eppure, in essa vi è qualcosa di vero, o più precisamente una menzogna autentica. Parafrasando Fernando Pessoa: “Il fuffaguru è un fingitore. Finge così completamente da fingere persino che sia un successo il successo che davvero consegue.”»

GV: Il lavoro creativo è fatto anche di ricerca, dubbio e tentativi che non si vedono nel risultato finale. Secondo te, perché è così difficile far riconoscere, anche economicamente, questa parte invisibile del lavoro? Trovi che in Italia, rispetto ad altri Paesi Europei e non solo, sia più complesso da valutare per motivi culturali legati anche all’idea di dover fare “gavetta” in questo ambito?

SL: Si può pensare al lavoro creativo come a una “scatola nera” che produce un output riconoscibile e valutabile. La scatola è nera innanzitutto per volere del cliente, a cui interessa soprattutto il risultato e assai meno il processo. Per il lavoratore creativo, invece, scoperchiarla può essere addirittura rischioso: il rischio è di rivelare al cliente che quanto avviene lì dentro è molto più prosaico di quanto sembri, riducendo così il valore percepito del suo lavoro. Peraltro è proprio grazie a questa opacità che, almeno fino a qualche anno fa, i programmatori potevano sparare cifre stellari. 

GV: C’è un criterio, anche personale, con cui calibri il valore del tuo lavoro o quello degli studenti o colleghi che hai incontrato in questi anni?

SL: Queste parole di Adorno fissano l’asticella, fin troppo alta, a cui miro con il mio lavoro: «E tuttavia la sensibilità per tutto ciò che è discosto e appartato, l’odio per la banalità, la ricerca di ciò che non è ancora consunto, di ciò che non è stato ancora assorbito dallo schema generale, è ancora l’ultima chance del pensiero.» Per quanto riguarda il lavoro degli studenti il discorso è un po’ diverso, perché seguendo il pensiero di Adorno corrono il rischio di considerare consunto ciò che è invece positivamente inattuale, abbagliati da una banalità che si presenta come radicale. 

GV: Pensi che oggi ci si affacci al lavoro creativo in modo più individuale o collettivo rispetto a quando hai iniziato tu? Ha senso, parlare ancora di comunità in un ambito così settoriale?

SL: Decisamente più individuale. Potrebbe sembrare il contrario, dato il profluvio di esperimenti collettivistici e riflessioni comunitarie, ma gran parte di ciò non è che reazione romantica o apologia estetica. L’individualizzazione è talmente diffusa da aver contagiato la stessa logica educativa, sotto l’insegna dell’identità e del motto (travisato) «diventa ciò che sei». Il “campo” che reggeva a malapena già diversi anni fa è definitivamente esploso, rendendo Il lavoro creativo ultramonadico, avvolto in una solidarietà cortese e imprenditoriale: l’unica collettività rimasta è quella astratta delle fasce di reddito.

GV: So che questa domanda sarà ripetitiva e scontata ma ritengo necessario avere anche da parte tua delucidazioni a riguardo, credi che l’incentivo dell’uso dell’intelligenza artificiale in questo ambito lavorativo così improntato sulla ricerca di idee e lo sviluppo di prodotti-servizi destinati all’uso umano, possa determinare un deficit nelle capacità ideative e progettuali di chi se ne occupa?

SL: Ti rispondo con un’impressione che ho avuto di recente. Se nel caso dei testi scritti l’abuso dell’intelligenza artificiale è evidente, mi pare che per quanto riguarda lo sviluppo di un’idea ci sia invece un carenza di utilizzo. Mi spiego: capita spesso che per illustrare un’idea di progetto gli studenti si presentino con schizzi frettolosi e indecifrabili. In quella fase, l’uso di strumenti AI agevolerebbe la comunicazione tecnica del progetto, che è essa stessa una forma di ideazione. 

GV: Riesci a tracciare un confine tra il tempo di lavoro e il resto della tua vita, o per te, come per molti nel settore, i due piani tendono a sovrapporsi? 

SL: I piani si sovrappongono inesorabilmente. L’unico intervento possibile consiste nel separarli artificialmente, un po’ come nella serie Severance. Il primo maggio di qualche anno fa Raffaele Alberto Ventura suggeriva di autoimporsi una specie di Shabbat laico. Io ci sono riuscito per parecchio tempo, ma da quando sono entrato in una nuova fase di vita meravigliosamente caotica, contravvengo spesso alle mie proprie leggi. 

GV: Provo a farti una domanda un po’ diversa dalle altre. Se dovessi posizionarti, oggi, su una mappa immaginaria che ha quattro estremi stabilità, libertà, precarietà e lusso, dove ti troveresti e perché? Il tuo percorso, fatto anche di scelte fuori dagli schemi più tradizionali, nasce più da una necessità o da un desiderio? O è una distinzione che, ripensandoci, non ha più tanto senso fare?

SL: Nutro un certo scetticismo verso i posizionamenti “sociologici” individuali dunque, piuttosto che fornire una posizione che risulterebbe vaga o addirittura ipocrita, posso dire qualcosa sulla mia idea di lusso. Ho capito abbastanza in fretta che il principale lusso (oggi lo si chiamerebbe privilegio) a cui ambivo era l’abbondanza di tempo. Scegliere di fare il dottorato ha voluto dire per me soprattutto ritagliarmi del quality time per la riflessione e la scrittura. E la mia lotta quotidiana consiste ancora in questo: proteggere una certa continuità in un mondo frammentato dove tutto cospira contro di essa. L’immagine è quella del Misantropo di Pieter Bruegel il Vecchio. 

GV: Una domanda rapida, quasi da rispondere di getto: cosa significa per te, oggi, una “buona vita professionale”? 

SL: Oltre all’abbondanza di tempo, che ho già menzionato, c’è la componente di sfida: un lavoro soddisfacente deve avere un certo grado di difficoltà. Se si può fare con la mano sinistra, dopo un po’ porta al tedio e dunque al logoramento. Uno delle piaghe più profonde del lavoro d’ufficio sta nel fatto che si riduce perlopiù ad ambient work, un lavorio di sottofondo che non mette davvero alla prova le capacità di chi lo svolge: è per questo che produce tedio e disgusto, molle sfinimento piuttosto che vigorosa stanchezza. 

GV: Il mio progetto nasce proprio dal tentativo di costruire uno strumento che aiuti chi si affaccia al lavoro creativo a rendere visibile e quantificabile anche le parti più invisibili che fanno parte del percorso di arrivo. Ritieni possibile che provando a rendere misurabile anche queste fasi dedicate all’ideazione e ripensamento, si finisca per riprodurre proprio quella logica quantitativa che il lavoro creativo dovrebbe invece mettere in discussione?

SL: Non dobbiamo avere paura del quantitativo, specialmente noi che veniamo dalle discipline del progetto. Tuttavia, come notavo prima, c’è il rischio di demistificare il lavoro creativo, che a volte riesce a capitalizzare proprio su quella mistificazione. Ma poiché questa possibilità riguarda pochi casi fortunati, una misura dell’ideazione e dei ripensamenti non può che risultare utile a tutti gli altri. Anni fa feci qualcosa di simile assieme a Dean Brown, Daniel Ferreira, Roberto Picerno e Marco Zanin, creando un piccolo plugin che scattava una foto e uno screenshot in automatico ogni volta che l’utente premeva CTRL-Z. 

GV: Per chiudere, vorrei ribaltare un attimo i ruoli e chiedere a te di pensare a una domanda che sarebbe importante porsi quando ci si approccia al mondo del lavoro in modo più concreto, nonostante magari si sia ancora attaccati a un immaginario professionale molto astratto oppure ancora non definito.

SL: Una delle abilità professionali più difficili da sviluppare per un designer, e in generale per un lavoratore creativo, è la stima del tempo richiesto da un progetto. Per questo una domanda cruciale, da porsi con insistenza in ogni fase del lavoro, è la seguente: «Quanto mi ci vorrà, davvero?»