Traduzione del testo di una cartolina inviata a Pelle Ehn, pioniere del Participatory Design scandinavo, per il suo progetto “Utopian Epistles”.
Caro Pelle,
mi chiedi che gioia possa esserci – e innanzitutto se possa essercene – nell’agire in questi tempi oscuri, quando lo spettacolo della guerra occupa il centro della scena, gli impulsi autoritari non conoscono freni e la gente tende a sentirsi piccola e impotente. Come agire gioiosamente mentre il mondo va in fiamme? La domanda suona quasi oscena.
“Il mondo va in fiamme”. Avrai forse notato che questa espressione viene ormai impiegata retoricamente in conferenze, articoli e convegni, spesso accostata a This Is Fine, quel meme in cui un cane immobile e vagamente perplesso sorseggia il suo caffè mentre la casa brucia. Scopo di questa espressione è ristabilire le priorità. Ci ricorda che mentre siamo presi dalle nostre piccole preoccupazioni – lo spazio negativo di un logo, lo smusso di un pulsante digitale, la curva di un glifo – nel mondo hanno luogo fatti ben più urgenti e decisivi.
Il suo effetto principale, naturalmente, è quello di presentare i nostri sforzi quotidiani – il modesto lavorio su cui abbiamo almeno un minimo di controllo – come qualcosa di triviale e insignificante nel quadro complessivo delle cose. Per far fronte a questa sensazione di insignificanza, l’industria culturale affronta questo quadro complessivo in maniera diretta e immediata. Ma senza un punto d’ingresso concreto, specifico, il meglio che può fare è reiterare banalità etiche: la guerra è cattiva, la pace è buona, la democrazia conta. Indossa, insomma, i panni di Miss Universalismo.
Il mio disincanto verso questa tendenza culturale – nato, come sempre, dallo scarto tra aspettative e realtà – fa sì che io ritorni a Karl Kraus, autore di saggi e pungente aforista, amico di lunga data di Adolf Loos e critico implacabile della decadenza culturale del suo tempo, di qualsiasi forma di decadenza, compresa la grottesca deriva nella follia della Prima guerra mondiale, che denunciò ne Gli ultimi giorni dell’umanità.
Ecco come il compositore Ernst Krenek ricorda il suo incontro, nel 1932, con il fondatore ed editore della Fiaccola: «Mentre ovunque si deplorava il bombardamento di Shanghai da parte del Giappone, incontrai Karl Kraus alle prese con uno dei suoi celebri problemi di virgole. Disse qualcosa come: “So bene che tutto è vano quando la casa brucia. Ma finché è possibile, io devo occuparmi delle virgole, perché se coloro che dovevano occuparsi delle virgole avessero fatto in modo che fossero sempre al posto giusto, Shanghai non starebbe bruciando”».
Credo che superare il disincanto, e perfino trovare gioia nella propria attività, cominci con la scoperta – o meglio, con la scelta – del proprio “problema di virgole”, e con il prendersene cura. La gioia nasce dall’amore, e affinché l’amor mundi, l’amore per il mondo, sia vero, non può nutrirsi della passione per un’astrazione, bensì per i frammenti di mondo che abitiamo, per quanto piccoli: perché sono le sole cose che condividiamo con gli altri e di cui possiamo davvero occuparci. Esse sono il mondo.
Con gioia,
s